Prassi pericolose in azienda: il datore è responsabile anche se non le conosce

Introduzione
Ogni anno, in Italia, migliaia di infortuni nascono da comportamenti sbagliati che nessuno segnala e che tutti, sul posto di lavoro, considerano normali. Ma cosa succede quando il datore di lavoro afferma di non essere a conoscenza di queste prassi pericolose? Una recentissima sentenza della Cassazione, commentata da PuntoSicuro, ha ribadito un principio destinato a cambiare l’approccio di molte aziende: la “colpevole inconsapevolezza” non sempre è una scusante.
La sentenza della Cassazione: colpevole inconsapevolezza e prassi pericolose
La sicurezza sul lavoro non si misura solo dai documenti, ma da ciò che accade realmente ogni giorno in officina, in cantiere o in ufficio. Il problema, tuttavia, è che spesso le prassi pericolose diventano una consuetudine silenziosa: si tagliano gli angoli, si saltano le procedure, si smette di usare un dispositivo di protezione. E i preposti, cioè coloro che dovrebbero vigilare, a volte chiudono un occhio.
Proprio su questo scenario si è espressa la Corte di Cassazione in una sentenza degli ultimi mesi, richiamata da PuntoSicuro. Il caso riguarda un datore di lavoro che si era difeso sostenendo di non conoscere una prassi pericolosa diffusa in azienda. La prassi, però, era nota ai preposti, che non l’avevano mai segnalata formalmente. La Cassazione ha chiarito che il datore di lavoro non può essere automaticamente assolto: se la prassi pericolosa era conoscibile con l’ordinaria diligenza, la sua ignoranza può configurarsi come una vera e propria “colpevole inconsapevolezza”.
Secondo il rapporto annuale INAIL, in Italia vengono denunciati ogni anno oltre 580.000 infortuni sul lavoro. Una parte importante di questi incidenti nasce da prassi pericolose consolidate, più che da eventi realmente imprevedibili. (Fonte: INAIL)
In pratica, chi ha il dovere di prevenire gli infortuni non può rifugiarsi dietro una mancata segnalazione quando avrebbe dovuto sapere, organizzare controlli e attivare sistemi di vigilanza. Il diritto penale del lavoro, del resto, premia la cultura della prevenzione, non l’inerzia.
Il criterio della conoscibilità
Il concetto chiave è la conoscibilità. Il datore di lavoro non deve sapere tutto in prima persona, ma deve predisporre un sistema organizzativo che gli consenta di conoscere i rischi reali. Se i preposti omettono di segnalare una prassi pericolosa, la responsabilità non scompare: la sentenza della Cassazione dimostra che il giudice valuta se quell’omissione era evitabile e se il datore di lavoro aveva messo in campo strumenti idonei a intercettarla.
Gli obblighi del datore di lavoro secondo il D.Lgs 81/2008: vigilanza e prevenzione
Il riferimento normativo resta il D.Lgs 81/2008, che affida al datore di lavoro un ruolo attivo e non solo formale. Non basta redigere il Documento di Valutazione dei Rischi o nominare i preposti: occorre verificare che gli obblighi vengano rispettati ogni giorno.
La Cassazione, con la sentenza citata, ha di fatto rafforzato il principio secondo cui la vigilanza deve essere concreta, continuativa e documentabile. In quest’ottica, le aziende devono domandarsi non solo “abbiamo i documenti a norma?”, ma anche “i nostri preposti sanno riconoscere e bloccare una prassi pericolosa?”.
| Elemento | Azienda virtuosa | Azienda a rischio |
|---|---|---|
| Valutazione dei rischi | Aggiornata, basata su osservazioni reali dei luoghi di lavoro | Formale, ripetitiva, mai collegata alle prassi quotidiane |
| Vigilanza del datore di lavoro | Sopralluoghi periodici, audit comportamentali, checklist di verifica | Affidata solo a incarichi verbali, senza controllo sullo stato di attuazione |
| Ruolo del preposto | Formato per riconoscere i comportamenti a rischio e obbligato a segnalarli | Preposto “di nome”, mai formato né responsabilizzato |
| Gestione delle segnalazioni | Canali strutturati, tracciabili, con azioni correttive documentate | Segnalazioni informali, spesso prive di seguito |
| Formazione e DPI | Formazione continua, verifiche pratiche, monitoraggio dell’uso corretto dei DPI | Solo adempimenti “cartolari”, senza controllo dell’efficacia |
Il ruolo del preposto nella catena di vigilanza
Il preposto è il presidio più vicino al lavoro quotidiano. È lui che vede se un operatore indossa i DPI, se una scala è usata correttamente, se un prodotto chimico viene stoccato in modo sicuro. Quando il preposto non segnala le prassi pericolose, l’intero sistema di prevenzione si inceppa.
Per questo la formazione del preposto è uno degli investimenti più strategici per un’azienda. Un percorso di formazione aziendale ben progettato non deve limitarsi alle nozioni normative: deve insegnare a riconoscere i comportamenti a rischio, a intervenire senza timori e a documentare le criticità.
Delega di funzioni: non è uno scudo
Molti imprenditori credono che una delega di funzioni li metta al riparo da ogni responsabilità. La sentenza della Cassazione, insieme a un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato, dice esattamente il contrario. La delega sposta compiti e poteri, ma non elimina il dovere di vigilanza sul delegato. Se il delegato omette di segnalare una prassi pericolosa e il datore di lavoro non ha attivato alcun controllo, la responsabilità può tornare a gravare su di lui.
Le prassi pericolose nei cantieri edili e nei luoghi di lavoro: DPI e rischio chimico
Nei cantieri edili le prassi pericolose sono particolarmente diffuse: si pensi a chi sale su un ponteggio senza imbracatura, a chi rimuove un parapetto per comodità, a chi utilizza una scala invece di una piattaforma stabile. Questi comportamenti, spesso tollerati per anni, sono tra le principali cause di cadute e infortuni gravi.
Ma il problema non riguarda solo l’edilizia. Nei laboratori, nelle aziende manifatturiere e nei settori che usano sostanze chimiche, la mancata valutazione dell’esposizione a agenti pericolosi può esporre i lavoratori a rischi anche invisibili. Il rischio chimico va monitorato non solo attraverso la scheda di sicurezza, ma attraverso una vera e propria analisi dell’ambiente, delle mansioni e dei tempi di esposizione.
Anche in questo caso, i DPI sono l’ultima barriera, non la prima soluzione. Guanti, mascherine, occhiali e indumenti protettivi servono se vengono scelti correttamente, se i lavoratori sono formati e se il loro utilizzo viene verificato. Una prassi pericolosa può consistere anche nell’uso del DPI sbagliato, magari perché “si è sempre fatto così”.
La sorveglianza sanitaria, inoltre, è un alleato fondamentale per intercettare precocemente gli effetti di esposizioni pericolose. Per questo le aziende dovrebbero integrare la prevenzione tecnica con un percorso di medicina del lavoro affidabile e aggiornato.
Secondo l’EU-OSHA, ogni anno nell’Unione europea si registrano circa 3 milioni di infortuni sul lavoro non mortali e oltre 3.000 infortuni mortali. Dietro numeri come questi ci sono quasi sempre procedure disattese, DPI non utilizzati e prassi pericolose tollerate. (Fonte: EU-OSHA)
Piano integrato sicurezza lavoro 2026: la nuova stagione della prevenzione
PuntoSicuro ha recentemente messo in evidenza l’importanza del Piano integrato sicurezza lavoro 2026, promosso dal Ministero del Lavoro, che punta a rafforzare la prevenzione e la promozione della salute nei luoghi di lavoro. Il piano non si limita a richiamare gli obblighi punitivi: prova a costruire un sistema più collaborativo, in cui formazione, informazione e assistenza alle imprese diventano strumenti centrali.
Il messaggio è chiaro: la sicurezza sul lavoro non è solo una questione di sanzioni, ma di capacità organizzativa e culturale. Le imprese che investono nella prevenzione riducono gli infortuni, ma migliorano anche il clima aziendale e la produttività.
La Giornata mondiale per la sicurezza e la salute sul lavoro 2026 è un’occasione per rilanciare queste campagne di prevenzione. Soprattutto, è un momento utile per ricordare che la sicurezza non va celebrata un giorno all’anno: va praticata ogni giorno, nei piccoli gesti, nelle verifiche periodiche e nel coraggio di bloccare una attività quando non è sicura.
Prevenire le prassi pericolose: cinque azioni concrete per l’azienda
La sentenza della Cassazione insegna che il datore di lavoro deve essere in grado di dimostrare non solo di avere adottato misure di sicurezza, ma anche di averne verificato l’applicazione reale. Per farlo, servono azioni concrete, non solo buoni propositi.
- Mappare le prassi reali: osservare i luoghi di lavoro senza preavviso, parlare con i lavoratori, individuare le scorciatoie che vengono adottate abitualmente.
- Formare i preposti: trasformare i preposti in veri presidi di vigilanza, capaci di riconoscere e segnalare i comportamenti a rischio.
- Creare canali di segnalazione sicuri: attivare procedure scritte e, dove possibile, anonime, perché i lavoratori segnalino le criticità senza timore di ritorsioni.
- Audit periodici su DPI e procedure: verificare che i dispositivi di protezione vengano usati correttamente e che le procedure non vengano aggirate.
- Aggiornare la formazione RSPP e di tutti i lavoratori: la normativa cambia, i rischi cambiano, e anche le persone cambiano. La formazione deve essere continua e verificabile.
Un supporto qualificato può fare la differenza. Affidarsi a un servizio di sicurezza sul lavoro strutturato, con consulenti aggiornati e prove documentali, permette alle aziende di non essere mai colte di sorpresa da una sentenza o da un infortunio.
Hai bisogno di un supporto concreto per la sicurezza in azienda?
La sicurezza non è un costo: è un investimento. I consulenti Newbiz affiancano imprenditori e RSPP con servizi di sicurezza sul lavoro, formazione aziendale, HACCP e medicina del lavoro.
Domande frequenti
1. Il datore di lavoro può essere responsabile se non conosceva la prassi pericolosa?
Sì, se quella prassi era conoscibile con l’ordinaria diligenza e se l’azienda non aveva attivato strumenti di vigilanza adeguati. La Cassazione parla, in questi casi, di colpevole inconsapevolezza: l’ignoranza non è una scusa quando deriva da una mancata organizzazione.
2. Che cosa significa colpevole inconsapevolezza?
È una situazione in cui il datore di lavoro non conosce un rischio, ma avrebbe dovuto conoscerlo attraverso un sistema di prevenzione funzionante. Se i preposti sapevano e non hanno segnalato, la responsabilità può estendersi anche a chi doveva vigilare su di loro.
3. Quali sono gli obblighi del preposto?
Il preposto deve sovrintendere e vigilare sull’attività lavorativa, verificare il rispetto delle procedure e l’uso corretto dei DPI, segnalare le criticità e, se necessario, interrompere l’attività in caso di pericolo grave e immediato. Una corretta formazione dei preposti è essenziale per garantire queste competenze.
4. La delega di funzioni protegge il datore di lavoro?
No, se non accompagnata da un effettivo controllo. La delega trasferisce compiti e poteri, ma il datore di lavoro conserva un dovere di vigilanza sul delegato e sull’efficacia complessiva del sistema di prevenzione.
5. Come si prevengono le prassi pericolose in azienda?
Con osservazioni dirette sul campo, formazione continua, responsabilizzazione dei preposti, canali di segnalazione, audit periodici e aggiornamento costante della valutazione dei rischi. La prevenzione efficace è concreta, misurabile e documentata. Puoi affidarti a un servizio di sicurezza sul lavoro per costruire un sistema di prevenzione solido.
Conclusione
La sentenza della Cassazione sulle prassi pericolose impone alle imprese di cambiare passo: non basta la carta, non basta la delega, non basta la fiducia. Servono vigilanza attiva, formazione vera e una cultura della prevenzione che coinvolga ogni livello aziendale. Le prassi pericolose vanno intercettate prima che si trasformino in infortuni, e questo richiede metodo, strumenti e competenze.
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