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Prassi pericolose: la responsabilità del datore di lavoro va oltre la conoscenza diretta
Quante volte un infortunio nasce da una "scorciatoia" che tutti conoscono ma nessuno segnala? Una recente sentenza della Cassazione mette in discussione un’idea molto diffusa: quella per cui il datore di lavoro, se non sapeva nulla, non può essere ritenuto responsabile. In realtà, la mancata conoscenza delle prassi pericolose può essere essa stessa una colpa, quando mancano vigilanza, controllo e canali di segnalazione. - La sentenza della Cassazione: responsabilità del datore di lavoro e prassi pericolose - Conoscenza effettiva e colpevole inconsapevolezza: i concetti chiave - Il ruolo dei preposti: vigilanza, segnalazione e prassi elusive - Formazione RSPP e aggiornamento continuo: la leva della prevenzione - Come mettere in sicurezza la tua azienda: procedure, controlli e cultura della sicurezza - FAQ: domande frequenti sulla responsabilità per prassi pericolose - Conclusione La Cassazione è tornata a occuparsi di un caso classico nel panorama della sicurezza sul lavoro: un datore di lavoro che dichiara di non essere a conoscenza delle prassi pericolose adottate dai propri dipendenti, prassi note invece ai preposti e da questi mai segnalate. La Corte ha chiarito che l’ignoranza del datore di lavoro non rappresenta automaticamente una causa di esonero dalla responsabilità. Il punto centrale è che il datore di lavoro ha un obbligo di vigilanza attiva sull’intera organizzazione del lavoro. Non basta redigere il documento di valutazione dei rischi e distribuirlo: occorre verificare che le procedure vengano rispettate, che i preposti svolgano il loro ruolo e che i comportamenti anomali emergano prima di trasformarsi in incidenti. > Secondo l’ILO, ogni anno nel mondo oltre 2,9 milioni di lavoratori perdono la vita a causa di infortuni o malattie professionali. (FONTE: ILO, stime globali 2023) Questa sentenza si inserisce in un dibattito più ampio: la conformità normativa non è un fatto documentale, ma un processo dinamico. Il datore di lavoro che si limita a "firmare" i documenti senza controllare cosa accade realmente in fabbrica, in cantiere o in ufficio, espone sé stesso e l’azienda a conseguenze penali e civili significative.Per comprendere la portata della sentenza, è necessario distinguere due concetti spesso confusi.
La conoscenza effettiva si ha quando il datore di lavoro sa, o ha ragione di sapere, quali prassi vengono adottate nei luoghi di lavoro. Non serve che assista personalmente a ogni manovra: l’informazione può arrivare dai preposti, dai sistemi di controllo o dalle segnalazioni dei lavoratori. Una volta che la prassi pericolosa è nota, l’omesso intervento è una colpa grave. Il caso più interessante riguarda la "colpevole inconsapevolezza": il datore di lavoro non sapeva, ma avrebbe dovuto sapere. La Cassazione ha precisato che l’ignoranza è colpevole quando il datore non ha attivato gli strumenti necessari per conoscere le condizioni reali di lavoro. Se i preposti non segnalano, è anche perché non sono stati formati, responsabilizzati o controllati. Questo principio ribalta la logica difensiva del "non ne sapevo nulla". L’azienda non è una scatola chiusa: è un insieme di relazioni, flussi informativi e processi decisionali. Se mancano i canali per far emergere le prassi pericolose, la responsabilità risale fino al vertice aziendale. | Elemento | Datore di lavoro | Preposto | | --- | --- | --- | | Obbligo principale | Valutare i rischi, definire procedure e garantire risorse | Sovrintendere all’attuazione delle procedure e segnalare le criticità | | Vigilanza | Controllo complessivo sull’organizzazione del lavoro | Controllo diretto sulle attività e sui comportamenti dei lavoratori | | Conseguenze in caso di prassi pericolose | Responsabile se non ha predisposto controllo e informazione | Responsabile se ha omesso di segnalare prassi note o evidenti | | Strumenti operativi | DVR, formazione, istruzioni operative, audit | Check-list, riunioni periodiche, report di reparto | La sentenza commentata da PuntoSicuro mette in luce un aspetto operativo spesso trascurato: i preposti sono il primo anello di controllo sui comportamenti quotidiani. Se un preposto assiste a una manovra pericolosa e non la segnala, si crea una zona grigia in cui il datore di lavoro può legittimamente sostenere di non sapere. Ma è una scappatoia che la Cassazione ha voluto chiudere.Il preposto non è un semplice "notaio" delle presenze: deve intervenire, correggere, fermare l’attività se necessario e riferire con tempestività alle figure competenti. La sua inerzia non protegge il datore, ma anzi ne aggrava la posizione, perché dimostra che il sistema di vigilanza non funziona.
Per questo, la formazione specifica per i preposti è un investimento strategico, non un costo. Un preposto consapevole sa riconoscere le prassi elusive, sa come affrontarle e sa attraverso quali canali portarle all’attenzione della direzione. Il tema rientra pienamente nella [formazione aziendale](https://www.newbiz.it/servizi/formazione-aziendale/) che una service company come Newbiz può progettare su misura. La corretta gestione delle prassi pericolose passa anche dalla formazione e dall’aggiornamento del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP). L’Accordo Stato-Regioni del 2025 ha introdotto nuove indicazioni operative, successivamente chiarite dalle FAQ ufficiali, e le aziende devono adeguarsi. La formazione RSPP non serve solo a ottenere un attestato: è lo strumento per costruire una competenza diffusa sulla valutazione dei rischi, incluse le cosiddette "prassi consolidate" che spesso sfuggono ai controlli formali. Un RSPP aggiornato sa che il rischio non è solo quello scritto nel DVR, ma anche quello che emerge dalle abitudini organizzative. > Secondo l’INAIL, nel 2023 sono state denunciate in Italia oltre 585.000 infortuni sul lavoro, e una quota rilevante è riconducibile a comportamenti non conformi e procedure disattese. (FONTE: INAIL, Rapporto annuale 2023) I programmi di aggiornamento devono includere casi concreti, sentenze recenti e simulazioni sulle prassi pericolose. Solo così la formazione si trasforma in prevenzione attiva. Per approfondire i percorsi più adatti alla tua azienda, puoi consultare la pagina dedicata alla [medicina del lavoro](https://www.newbiz.it/servizi/medicina-del-lavoro/) e alla sorveglianza sanitaria, che completano il quadro della tutela dei lavoratori.La lezione della sentenza è chiara: la conformità non si dimostra con i documenti, ma con i comportamenti. Ecco quattro azioni concrete per evitare di trovarsi nella posizione del datore di lavoro "che non sapeva".
1. Mappare le prassi reali. Il DVR deve essere confrontato con ciò che accade davvero in produzione, in cantiere o in ufficio. Le interviste ai lavoratori e i sopralluoghi a sorpresa sono strumenti preziosi. 2. Attivare canali di segnalazione. I lavoratori devono avere un modo semplice e protetto per segnalare comportamenti pericolosi, anche in forma anonima. Una segnalazione che non arriva è un sintomo organizzativo. 3. Responsabilizzare i preposti. Ogni preposto deve sapere che la mancata segnalazione di una prassi pericolosa può avere conseguenze disciplinari, oltre che penali. La vigilanza va messa a verbale. 4. Integrare formazione e controllo. La formazione non si esaurisce in un corso annuale: va verificata con test sul campo, audit e riunioni periodiche di sicurezza. La valutazione dei rischi è il punto di partenza per intercettare le prassi pericolose. Un’analisi condotta da professionisti esterni può evidenziare discrepanze tra procedure scritte e comportamenti reali. Affidarsi a un servizio di [sicurezza sul lavoro](https://www.newbiz.it/servizi/sicurezza-sul-lavoro/) esterno significa ottenere uno sguardo imparziale e competente. La paura di ritorsioni è uno dei motivi per cui le prassi pericolose restano nascoste. Un sistema di segnalazione anonimo, interno o gestito da un consulente esterno, aumenta la probabilità che le criticità emergano prima dell’infortunio. In questo modo il datore di lavoro non potrà più dire di non sapere, perché avrà costruito una rete informativa attiva. Sì, se la mancata conoscenza è dovuta a una carenza di vigilanza o di informazione. Secondo la Cassazione, l’ignoranza è colpevole quando il datore non ha attivato strumenti adeguati per conoscere le condizioni reali di lavoro.Deve intervenire immediatamente, fermare l’attività a rischio e segnalare la situazione al datore di lavoro o all’RSPP. La mancata segnalazione può configurare una responsabilità propria del preposto.
La nomina dell’RSPP e la sua formazione sono obbligatorie ai sensi del D.Lgs. 81/2008, con contenuti e durate differenziati in base al settore e alla dimensione aziendale. L’aggiornamento periodico è altrettanto obbligatorio.
Attraverso verbali di sopralluogo, report dei preposti, sistema di segnalazioni, audit periodici e formazione documentata. La vigilanza effettiva si dimostra con atti concreti, non con dichiarazioni di intenti.
Le sanzioni possono essere penali, con l’arresto per le ipotesi più gravi, e amministrative, con multe che possono superare le decine di migliaia di euro. A queste si aggiungono le azioni civili di risarcimento da parte del lavoratore infortunato.
Non lasciare che il rischio si nasconda in una "scorciatoia" quotidiana. Un sistema di vigilanza efficace richiede competenze tecniche, aggiornamento normativo e una visione organizzativa che solo professionisti esperti possono garantire.- [Richiedi una consulenza gratuita](/contatti?ref=blog)
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